I luoghi dove trovare le tracce degli antichi liguri
Cinque Terre, Genova e dintorni, Golfo dei Poeti, Portofino e il Tigullio, Riviera dei Fiori, Riviera delle Palme
Chi erano gli antichi liguri? Cosa ci hanno lasciato? Dove possiamo trovare tracce della loro storia? Ecco sei luoghi dove ci parlano ancora…
Gli antichi Liguri non hanno lasciato tracce evidenti, ma segni che puoi ancora riconoscere sul territorio. Popolo pragmatico e fiero, non conoscevano la scrittura e non coltivarono forme d’arte.
Non innalzarono templi, non costruirono fori, non eressero grandi monumenti funerari o religiosi: adoravano i boschi, seguivano il ciclo del sole e l’energia della natura. Non modificarono l’ambiente ma si adattarono a esso, modellando la loro terra a loro immagine e somiglianza: muri a secco, approdi temerari, case addossate una all’altra, creuze acciottolate in salita. Così appena ci arrivi, ti rendi subito conto dove comincia la loro terra, la Liguria. Seguire le loro tracce è un itinerario avventuroso e non privo di misteri, tra foreste, passi alpini e staordinarie aree naturali.
Un po’ di storia

Non avendo fonti antiche dirette, dobbiamo fidarci di ciò che dei Liguri raccontano gli storici greci o romani.
I Liguri erano un insieme di tribù di pastori-guerrieri che abitavano un’ampia zona tra l’Arno, il Po e la Provenza. Erano divisi in molte tribù dal nome strano: Intemeli, Ingauni, Sabazi, Genuati, Tigullii, Veleiati, Statielli, Taurini, Vocontii, Salluvi e Apuani; portavano lunghe chiome, avevano propri lingue e costumi e spesso, vivendo isolati, erano litigiosi tra loro e coi “foresti” come accade ancora oggi in alcuni borghi dell’entroterra.
I Greci chiamarono queste etnie Ligyes (Esiodo VII, sec. a.C.) e forse è questa la più probabile origine del nome“Liguri”, usato poi anche dai Romani che li soprannominarono “capillati“, cioè “capelloni”. Ma di altro dovettero presto accorgersi i Romani: i Liguri erano abilissimi guerrieri. Infatti la loro sottomissione fu lunga e difficile, costò a Roma feroci battaglie e terminò con una deportazione di massa.
Durante la seconda guerra punica (218 a.C.) una parte di tribù liguri (quelle di ponente, Ingauni, Intemeli e gli Apuani) si allearono con i Cartaginesi; altre (i Genuati e alcune tribù del levante), decisero di dare il loro appoggio ai Romani. Subito le cose si misero bene per i liguri: molti di loro combatterono con Annibale quando sconfisse i Romani nella battaglia della Trebbia, mentre i liguri Sabazi ospitarono nel porto di Savo (l’attuale Savona) le navi cartaginesi di Magone, fratello di Annibale, che, nel 205 a.C., rase al suolo Genova, il capoluogo dei Genuati (probabilmente da allora a Genova la parola “magone” significa “sconforto, tragedia”)
Ma sappiamo come andò a finire: la battaglia di Zama, Scipione l’Africano, la sconfitta di Annibale. I Romani acquisirono il territorio e crearono la IX Regio dell’Impero romano, “Liguria”, che si estendeva dalle Alpi Marittime e Cozie, al Po, al Trebbia e al Magra.

Ma le ostilità non terminarono: i liguri continuarono a combattere. Colpivano i romani con azioni di guerriglia per poi rifugiarsi nell’intrico dei monti, costringendo i Roma a programmare continuamente operazioni militari come quella contro gli Statielli e soprattutto quella, decisiva, del 180 a.C. contro gli Apuani, che terminò con la deportazione di 40.000 liguri nel Sannio e nella Lucania. La sottomissione definitiva arrivò in epoca imperiale quando, nel 7-6 a.C., nei pressi di Ventimiglia, sulle alture de La Turbie, il punto più alto della via Julia Augusta, venne eretto il Trofeo delle Alpi, un monumento in onore dell’imperatore Augusto per celebrare la definitiva vittoria su 44 tribù liguri alpine.
Le tappe
Menhir e luoghi sacriIncisioni rupestri
La Tavola di Polcevera
I castellari
Le statue stele della Lunigiana
La Farfalla dorata di Monti San Lorenzo

Menhir di Passo Teglia
Menhir e luoghi sacri
La spiritualità degli antichi liguri derivava dal loro ambiente: i loro templi erano spesso aree naturali dove lo sguardo potesse collegare la vastità del mare all’imponenza delle Alpi.
Uno di questi luoghi è Baiardo, un borgo in provincia di Imperia, a 900 m sul livello del mare, abitato un tempo dai Liguri Euburati e da popolazioni celtiche. Nella sua parte più alta c’è la chiesa di San Nicolò, un luogo davvero mistico, probabilmente edificato su un antico luogo di culto del sole: la sua volta crollò nel terremoto del 1887 e oggi sulla navata della chiesa spicca l’azzurro del cielo. Ancora oggi vi si avverte una energia particolare: fu infatti edificata probabilmente su un luogo di culto dedicato al dio Abeglio (lo stesso di Belen, e del famoso dell’intercalare ligure, una delle eredità più evidenti degli antichi liguri).
Altri luoghi particolari sono quelli che ospitano menhir o dolmen: grandi massi piantati nel terreno a scopo religioso o per delimitare il territorio. La maggior parte sono orientati verso il sole durante il solstizio d’inverno e posizionati nei pressi di sepolture e/o in zone di transumanza.
In provincia di Imperia, nel Parco Alpi Liguri, fra Passo Teglia ed il Passo della Mezzaluna, luogo di cui scrisse anche Italo Calvino, un imponente menhir alto circa due metri, vigila su un’area simbolica e carismatica, la “Ciotta di San Lorenzo”: un anfiteatro naturale lungo i tracciati millenari di transumanze sulla “Via Marenca”.
A Levante, sulle alture di Lerici, sul monte Carpione nel Parco di Montemarcello-Magra-Vara, in località Monti di San Lorenzo, è stato individuato un sito megalitico dove, durante il solstizio d’estate, al tramonto, la luce solare passa attraverso un foro in una roccia proiettando una sagoma luminosa a forma di farfalla: la farfalla dorata.

Strada Megalitica, monte Beigua
Incisioni rupestri
Il popolo che praticò le straordinarie incisioni sulle pendici del Monte Bego nel massiccio del Mercantour, oggi in Francia, era probabilmente lo stesso che tracciò i segni del Ciappu de Cunche, nel finalese nei pressi di Orco Feglino o dei segni trovati sul Monte Beigua cima dell'Appennino ligure alto 1 287 m s.l.m.
Per gli antichi Liguri era un'importante montagna sacra, come pure il Monte Bego. Oltre che per il nome (che deriverebbe da una primitiva divinità alpina di nome Baigus) questi due monti sono accomunati dalla presenza di numerose incisioni rupestri risalenti dal Neolitico all'Età del Ferro. Di alcune si riconosce la matrice rituale o religiosa: molte rocce sono altari sacrificali e pozzi sacri del culto delle acque che, congiunto con quello legato alla fertilità dei campi, è caratteristico di molte culture pastorali. Per altri segni, invece, ha lavorato più la suggestione.
Tra le testimonianze più evidenti sul Monte Beigua, che puoi raggiungere con un semplice trekking, c’è la Strada megalitica, un viale lastricato, bordato da maestosi faggi e affiancato da possenti pareti in pietra, il cui tracciato riproduce il percorso del sole il giorno del solstizio d'estate. Ci si arriva con un’oretta di cammino da Alpicella, seguendo questo percorso. Lì vicino c’è anche la Pietra dell’orologio ti affascinerà con il suo mistero: si tratta di un vero orologio solare oppure è un masso di risulta su cui ha operato la suggestione? Su altre pietre c’è la presenza di coppelle raggiate che hanno ispirato significati di tipo magico e rituale, ma erano probabilmente dei semplici affilatoi.

Tavola di Polcevera - Foto: Giovanni Dall'Orto
La Tavola di Polcevera
Sono poche le testimonianze dell’esistenza dei liguri e ci arrivano tutte da storici e geografi romani o greci, come Tacito o Strabone.
Un documento straordinario è la Tavola di Polcevera. Nel 1506 un contadino, mentre dissodava il suo terreno nei pressi di Serra Riccò, nella Città Metropolitana di Genova, rinvenne una tavola bronzea riportante un'importante epigrafe del 117 a.C. in cui una sentenza romana risolveva una disputa territoriale tra i Liguri Genuates (la tribù abitante la zona di Genova) e i Vituri Langensi ( popolazioni locali della Val Polcevera).
La tavola sancisce i confini dei rispettivi territori e i diritti di proprietà e di pascolo, risolvendo controversie tra i gruppi di Liguri e definisce con precisione i confini tra le due parti, elencando fiumi, monti e località. È quindi un documento fondamentale per la storia del diritto romano, l'epigrafia e la conoscenza della romanizzazione della Liguria antica oltre che un ponte tra la cultura antica e la storia locale.
I Genuates alleati dei Romani, godevano di una preminenza sulle popolazioni dell'entroterra, mentre i Viturii, popolazione dell’interno, intendevano consolidare ed ampliare e la loro presenza in Val Polcevera. I Romani avevano interesse a pacificare e amministrare la zona perché centro importante di scambi con la pianura padana. Attualmente la Tavola di Polcevera è conservata presso il Museo Civico di Archeologia Ligure di Pegli. Molte informazioni interessanti sui liguri si possono trovare anche al Museo Civico Archeologico di Diano Marina..

Un castellaro ligure (immagine sugggestiva creata con AI)
I castellari
Quella del “ castellaro” è una delle tipologie di insediamento che rappresentano meglio il carattere e lo spirito dei liguri di ogni epoca.
Divisi in molte tribù e privi di uno stato strutturato che li difendeva dalle incursioni dalla costa, i liguri adottarono un sistema di fortificazioni, i cosiddetti castellari: insediamenti arroccati sulle cime di monti e colline costiere, costruiti con pietre e muraglioni a secco, che assicuravano larga visibilità sulla valle e quindi anticipo sulla difesa.
Risalgono circa al IV secolo a.C., ma ce ne sono di più antichi; sono a pianta circolare o ovale, ma potevano essere anche quadrangolari, protetti da una o più cinta di mura. Alcuni si trasformarono in veri e propri centri abitati con un'economia basata principalmente sulla pastorizia e l’agricoltura. Sono molti i luoghi, tra Ventimiglia e Sarzana che li ricordano, ancora oggi, nel toponimo: come Castellaro, in provincia di Imperia o Castellar nei pressi di Menton, ma anche altri meno noti.
Imponente il castellaro di Monte Caggio sulle alture di Sanremo, o il “Villaggio delle Anime” sulla Rocca di Perti nel Finalese, mentre a Levante il Castellaro di Zignago domina alcuni collegamenti montani tra la Val di Vara e il Castellaro di Pignone che separa i centri abitati di Pignone e di Corvara. Proprio lì fu ritrovata una rara moneta d’argento, probabilmente coniata dalla zecca di Genova, databile tra il 75 e il 50 a.C che testimonia la fitta rete di traffici commerciali delle popolazioni che lo abitavano.

Statue Stele Lunigiana - Museo delle Statue Stele Lunigianesi - Pontremoli
Le statue stele della Lunigiana
Le statue stele della Lunigiana sono una delle rare e antiche espressioni artistico-religiose delle popolazioni liguri che, tra il IV millennio e il VII-VI secolo a.C., abitarono tra Liguria e Toscana, principalmente dunque gli Apuani.
Si tratta di un gruppo di oltre 80 reperti rinvenuti nel bacino del fiume Magra: lastre monolitiche di altezza compresa tra i 2 e i 3 metri e scolpite su pietra arenaria di forma slanciata e sottile. Hanno un aspetto umanoide con dettagli stilizzati (volti a "U", armi o monili in bassorilievo) e rappresentano divinità o antenati, con simboli di potere economico e sociale (pugnali per gli uomini, monili per le donne). Parenti lontani dei menhir, erano anch’esse probabilmente usate come guardiani del territorio o simboli religiosi. Il primo ritrovamento avvenne il 29 dicembre 1827 in località Novà di Zignago, nell'alta Val di Vara (La Spezia).
Sono vere e proprie opere d'arte d’epoca preistorica, forniscono importanti informazioni sulla cultura e la religiosità dell'età del rame, del bronzo e del ferro. Enigmatiche ed icastiche, raccontano di un mondo diverso, ricchissimo di influenze tra le popolazioni, con aspetti misteriosi e ancora in parte da scoprire.
Sono in gran parte sono conservate nel Museo delle Statue Stele Lunigianesi a Pontremoli (MS)

La Farfalla dorata di Monti San Lorenzo
Nei fitto boschi di Monti San Lorenzo, vicino Lerici una struttura composta da quattro rocce lavorate, durante il solstizio d’estate si trasforma in un palcoscenico straordinario: i raggi del sole che passano nel tetralite proiettano una bellissima farfalla dotata sulla roccia vicina. Il fenomeno è percepibile al tramonto dal 25 maggio al 29 luglio, ma in forma definita durante il solstizio d’estate, attorno il 21 giugno. Fu scoperto dal Professor Enrico Calzolari, esperto di archeoastronomia: l’area del Monte Caprione fu anticamente abitata dai Liguri e tribù celtiche e utilizzata per celebrare riti in armonia con la natura.
